Wednesday, January 15, 2014

Gonzo Pitti



Mi hanno detto: vai a Pitti per Lungarno, raccogli il meglio. E così, armata del mio maglione buono di Zara, palesemente sfigata, sono andata in giro per questa imperdibile fiera osservando capi che non indosserò mai, intervistando personaggi che di stile se ne intendono. Ho notato un fil rouge costante, stand dopo stand, tra composte orde di fashionisti professionisti: tecnologia, gusto, viaggi e moda sono ormai indissolubilmente legati, nel mondo del lusso. Ecco qualche flash sparso, tra angore del Minnesota, calzini anti perdita dei peli sugli stinchi, gente visibilmente magra. Renzi che twittava che era al Pitti.

Dora Baltea, fondatrice di Willy Wonka Factory e Blogger 
IO – Parlaci di Willy Wonka Factory, il tuo progetto che è stato molto apprezzato in questa edizione di Pitti Uomo.
DB – Coco Chanel disse “Il buon gusto nel vestire è qualcosa di innato, come la sensibilità del palato” Allora mi sono detta: perchè non unire le due cose e farne una linea di abbigliamento? In un anno ho pensato e brevettato le Chocolate Shirts, camicie fatte con il burro e i semi del cacao, a lento rilascio di antiossidanti e sostanze emollienti, nonchè antidepressivi e anti invecchiamento.
IO – Decisamente un’idea di avanguardia. Ma quanto dura l’effetto di questa “camicia della felicità”?
DB – Dopo circa 4 o 5 mesi l’effetto del seme di cacao svanisce. E allora, se come diceva sempre Chanel, “la moda cambia ma lo stile resta”, si può decidere di variare modello, o scegliere di ricomprare lo stesso, rimanendo sempre cool e perchè no, magari provvedendo ad auto-rottamare la propria camicia ormai priva di poteri benefici semplicemente mangiandola. Un’idea che è anche bio!
IO- Affascinante la volontà di rottamare qualunque cosa in questo paese ultimamente e di riuscirci… ma stai dicendo sul serio?
DB – Sto mettendo a punto una rete di pop up corner, localizzati soprattutto nel Middle East, mirati allo smaltimento delle Chocolate Shirts: entri, consegni la camicia ai nostri cuochi e nell’attesa di mangiartela scegli un’altra Choco. Semplice no?

Gioacchino Pellecchia – Travelling Taster 
IO – Signor Pellecchia, cosa fa esattamente un travelling taster?
GP – La domanda che mi fanno più spesso. In poche parole, assaggio. In giro per il mondo, ogni tipo di cibo. Sono sempre in viaggio.
IO – Può rivelarci qual è il piatto must della prossima stagione?
GP – Senza dubbio il Capretto di Velletri, abbinato in maniera egregia a un magnifico vino proveniente da una piccolissima vigna in Botswana, a sud del paese. Siamo tutti coscienti del ruolo sempre più importante che si sta ritagliando il continente nero nell’economia mondiale. Il segreto per avere successo nel mio lavoro è questo: mischiare serio e faceto, far diventare una combinazione geograficamente impossibile un ottimo connubio di sapori, di equilibri geopolitici.
IO – Rivisitare un piatto della tradizione toscana in chiave moderna è possibile?
GP – Una piccola perla che è già cult, assolutamente da provare, è la Ribollita con i Taralli del Freccia Club: un esempio ambizioso di minimalismo culinario unito alla cucina povera.

Attilio Della Bellavita – Trendsetter a spese dei suoi 
IO – Attilio, cosa si deve fare per essere à la page nella prossima stagione
ADB – La parola d’ordine da tenere ben presente nel 2015 è: C-O-N-F-O-R-M-I-S-M-O. Basta con questo finto tutto, finto trasandato, meta nerd, proto gay. Rabbrividiamo su tutte le nuance della fauna indipendente, per non parlare di quella definizione che incomincia per H e finisce per R [hipster, ndr]. Basta con i quizzettoni su band che sono così emergenti da non essere su Spotify, che comunque DEVI conoscere, pena uno scenario di fronti corrugate intorno a te al minimo accenno di non conoscenza del suddetto gruppo. C’è voglia di una rivoluzione pacifica ma concreta: come se Paolo Bonolis, Silvia Toffanin, Topo Gigio, Maria Teresa Ruta e Katia del Grande Fratello marciassero insieme mano nella mano verso una riappacificazione degli ego in cerca di idee mai viste.
IO – Programmatico. Ma come emulare al meglio lo spirito del Conformista?
ADB – Pensa a tuo padre che ti veniva a prendere il sabato pomeriggio uscendo da catechismo. Focalizza l’immagine. Fissala. Immagina adesso uomini che indossano parka e montgomery, entrano in boutique ed escono con un piumino ipersottile iperleggero nel colore blu prealpe, interno con il colore pantone dell’anno, bianco tomino sulla piastra. Ecco il mood. Diversamente conformi.

Florio Pulci – Eco Gay Friendly Assistant 
IO – Uomo, 2015.
FP – Non ce n’è per nessuno. La prossima stagione è quella dell’Uomo Gattaro. Una linea pensata per uomini che vogliono affermare il loro diritto a sfamare i gatti sotto casa, con stile, pur non avendo il ciclo ogni 28 giorni. Non più solamente Gattare, ma da oggi anche Gattari. Abiti studiati per donare il massimo comfort nel momento dei principali pasti quotidiani alle colonie feline. Tasche, controtasche, controtascotte, croccantini sempre alla mano. In un’affascinante miscela dove non si sa dove inizia Ernest Heminghway e dove finisce Luca Sardella.

Al prossimo anno!

(articolo pubblicato su Lungarno Magazine di gennaio 2014)

Tuesday, December 3, 2013

Che cosa vedi


La pioggia. L'autobus. Ombrelli umidicci che aderiscono staticamente al cappotto e ai pezzi di pelle scoperta. Le mani, cerca di metterle in salvo. Mettile in salvo. Nelle tasche, da qualche parte. Stafilococchi. Diluviava e ho preso un autobus a caso, il primo che passava di lì. Il gusto perverso di salire su un mezzo qualunque e sperare che ti porti nella direzione giusta. Non andava assolutamente alla stazione. Ci ho provato, ci ho sperato. Un po' la sensazione di quando ti affidi all'oroscopo dell’Internazionale il giovedì pomeriggio, che la gente comincia a condividere su Facebook il proprio segno zodiacale condito da commenti interessantissimi tipo: bene, siamo apposto! Oppure Rob avvolte mi sembra che tu sia dentro la mia testa!

 Rob. Mi dici per favore con una delle tue incomparabili metafore, prose poetiche, stimoli multidisciplinari, se domenica alle 18 prendendo un autobus a caso, il primo che passa di lì, arrivo alla stazione? Non t’ho capito Rob. Boh, vabbè. Comunque in qualche modo ci arrivo a Bologna centrale, stazione di Bologna Centrale. Mediamente umida, le punte dei piedi congelate. Si crea questo strano microclima all’interno dei calzini d’inverno, che muovi gli alluci e in misura minore le altre dita ma sai che ogni tentativo di riscaldare gli ambienti è fallimentare.

Intanto il maltempo ha creato un ritardo incalcolabile sulla linea. Per fortuna il treno che mi deve riportare a Firenze c’è. Salgo. Mi sistemo. La batteria dell’iPhone scarseggia ma sono su un interregionale, uguale zero possibilità di attaccarsi alla corrente uguale cazzeggio limitato. Decido di centellinare la mia mongolizzazione sullo schermo e mi guardo intorno.

Nella fila prima della mia, sul lato opposto, ci sono una mamma e le sue tre figlie. Mami è chiatta ma proprio chiatta, nel senso mediterraneo del termine: il culo e il busto compressi fra i due braccioli, la pappagorgia evidente ma bella compatta, che se avessi gli occhialini a raggi x ci troverei un tupperware con l’insalata di rinforzo, in quel gozzo. No time no space fra pancia e seno. Maglione in acrilico panna. Una enorme Zigulì che continua a torturare il biglietto tra le mani paffute. Sta bofonchiando contrariata fra sè e sè, la fronte corrugata. C’è tensione nell’aria. ‘Sto treno non parte. Una delle figlie si alza in continuazione, va a controllare se ci sono nuovi risvolti con ansia febbrile. Torna sempre indietro perdente. Mami si agita, le dicono di stare tranquilla ma lei nulla, non ci sente. E ancora si agita, e sempre la Solita va a vedere se il treno parte, e non parte, non si sa nulla, e Mami dice qualcosa in un dialetto che non capisco bene da dove provenga e così via, un circuito nevrotico che viene placato solo nel momento in cui Quella di Spalle, finora muta, dice - Mammàà, tira fuori i panini va!-
E mortadella fu.

Mami smolla finalmente il biglietto del treno ormai consumato sul tavolino di fronte a lei e si divora la sua pagnotta con aria non certo felice ma sicuramente motivata. Sembrerebbe essersi calmata (chissà poi perchè starà smaniando in quel modo) quando la Solita si alza di scatto, va in fondo al vagone e un attimo dopo la vedo comparire fuori, all’altezza dei finestrini della sua comitiva. In quello stesso momento si sente il fischio del treno, Mami che sta bevendo si strozza, mollica e acqua giù nella faringe, tossisce e cerca di disincagliarsi dal sedile mentre urla, ANNAREEE, ANNAREEEE*. Pochi secondi dopo le porte si chiudono, Mami raggiunge il corridoio e lo attraversa sbandando, tossendo, urlando e sputacchiando bolo sul mento e sui baffi, sembra il distaccamento forzato della madre dai suoi cuccioli di foca, produce ormai rumori sinistri e gutturali. Per fortuna Annarè come nei migliori film di azione ce l’ha fatta a sopravvivere a questa strabiliante avventura e la vediamo sbucare in fondo al corridoio. Annarè è salva, ma Mami adesso s’è incacchiata parecchio. Le rifila una sberla, aggratis, di fronte a un pubblico sbalordito (io e due magrebini). Al che Quella di Spalle e la terza - che chiameremo la Risoluta - intervengono cercando di calmare il pachiderma. La mettono a sedere, che ancora secerne pane e mollica. Annarè però non ci sta e sbrocca. Comincia pure lei a urlare, - Ma io che ne so dov'é Salerno, che ne sooooooo!!!!- Piange. Ha il trucco colato. Si mette le cuffie, chissá cosa sta ascoltando nella sua adolescenza. Magari i Linkin Park. O gli Evanescence. Ha riccioli biondi e lo sguardo da darchettona ferita. Una di quelle immagini gothic che ti vengono fuori digitando su Google la parola "sadness". Rimmel che cola da occhi di ghiaccio, fate nel bosco in posizione fetale, ninfette disegnate di schiena che guardano il riflesso della propria immagine in un lago disturbato dalle lacrime che rotolano copiose, sagome di alberi spezzati in lontananza, foto in bianco e nero con un particolare a colori, che può essere, in ordine: 1- labbra rosse, 2- rosa rossa, 3- qualcosa di rosso.
Ogni tanto ci incrociamo gli sguardi, secondo me ha capito che la sto osservando. Adesso canta muovendo le labbra sottili, sembra Cristiano Godano, fresche idee di ineluttabile morte. È calato il silenzio. Dopo un po’ Quella di Spalle fa cenno a Annarè di togliersi le cuffie. - Non la devi far preoccupare a mamma -.
Ora ridono. Il peggio é passato. Sembra una sorta di giardino delle vergini suicide, versione frittata coi maccheroni. Quelle risatine fungono da conforto, tutte lo sanno che la situazione è tragica. Lo sa anche la Risoluta, che ride senza scoprire troppo i denti, tutti storti e sgraziati. L’importante ora è che la mamma stia nel recinto, lì dove si sente sicura, dove la sua morbosa in-coerenza è messa a tacere. Ci ho visto di tutto, in quei minuti prima e dopo lo schiaffone. Farfugliamenti furiosi. Nonsense quotidiani. I semafori e le strisce pedonali, la paura di attraversare che immobilizza come un coniglio coi fari puntati addosso. Arrivare dal dottore un'ora prima. Casa loro, un cubo dai soffitti bassi. Due ragazze in una camera, un’altra che la sera apre il divano letto in salotto*, tutte a ritagliarsi angoli di pace disperata fra rumori molesti, odore di cibi nauseabondi, tv sparata a palla, finestra chiuse e aria stantìa. Truciolati rivestiti di laminato, pochissimi libri se non la Grande Enciclopedia del Sapere Garzanti comprata a rate da un rappresentante porta a porta i primi anni ‘90 e pochi altri volumi del Touring Club dall'aria immacolata se non fosse per la polvere che li ricopre, posti dove nessuno è mai stato dai nomi esotici tipo “Le Isole Eolie”. Sulle pareti quadri brutti di nature morte di pessimo gusto. Un'incredibile stampa su tela molto scura, un delfino glitterato fuoriesce dalle brume di un oceano dai toni bluastri e melanzana. Cornici cinesi. Mobilia modulare. Ho lo stesso magone di quando guardo Report. A Vaiano i due magrebini scendono, salutando con un timido cenno della testa la combriccola. Il disagio si taglia col coltello. E il grissino affonda nelle carni. Quelle piene di steroidi sottocosto del discount in fondo all’angolo.


*1 vero nome de la solita
*2 probabilmente la risoluta e quella di spalle insieme, Annarè sul divano letto

Wednesday, November 13, 2013

I'd like to ride my bycicle


La mattina dopo che te l'hanno rubata riemergi dal sonno velocemente. Spalanchi gli occhi e con una prontezza mai vista ti porti le mani alla fronte. Caazzo. La bicicletta. É un duro colpo quello inflitto. Carta "imprevisto" del Monopoli. I tempi di percorrenza quadruplicati. Ricerca del nuovo mezzo che dura un paio di giorni su subito.it. Chiama Angelica al 339678897**. Angelica sta al Galluzzo, come ci arrivi che sei a piedi. Bus. Sbattimento. Cerca un altro annuncio. Trovata. Non ha il cestino, i freni fanno schifo. ‘Abbè. Poi il pit stop dal ferramenta con l’obbiettivo del nuovo, milionesimo lucchetto. I ferramenta sono tutti maschilisti, puoi anche essere la figa di legno di Paint Your Life, ti guarderanno sempre con quell’arietta di sufficienza appena varchi la soglia del loro negozio. Chiamalo “l’atelier del testosterone” a questo punto. E invece no, fanno i finti gentili, fanno il cliente ha sempre ragione, ma se ti fermi ad osservarli con attenzione, anche i più scaltri, vedi che in fondo agli occhi, nell’arcata sopraccigliare, negli angoli della bocca c’è un piccolo moto di pietà schifata, c’è un perdonaLE perché non sanno quel che fanno. Un ora questa viene qui e mi va in panico sul tipo di lampadina o bullone eh, guarda, arriva, 3, 2, 1…

 - Buongiorno Signora, dica. (e sull'uso del SIGNORA dai 26/27 anni in su potremmo aprire un capitolone. Non lo apriremo: ma che voglia.)
- Lucchetto nuovo, mi hanno rubato la bici.-
- Ohiohi, io lo ripeto sempre: lei la deve fare un investimento. Un basta avenne uno! E ce ne voglian due! Due lucchetti robusti di diverse fattezze. Quale la vuole?

 E’ che poi il trauma non finisce dopo che sei nuovamente in sella al tuo destriero monco e arrugginito (per inciso con un lucchetto de merda al seguito, che il budget era già dall’inizio inesistente). Tutte le volte che te ne rubano una ti incattivisci un po’ di più. Le guardi tutte, con la stessa inconsapevole concupiscenza con la quale uomini senza distinzione di età alcuna buttano l’occhio su turiste in shorts all’arrivo dei primi caldi. O come quando passeggiavi in campeggio con i tuoi genitori andando a dar giudizi alle piazzole degli altri stagionali. L’erba del vicino. Guarda che belle piante, accidenti che telone verde tirato bene, nella loro non c’è mai un ago di pino in terra, per forza, son sempre con la granata in mano. Tutte, non te ne sfugge una. Nuove di pacca, scrostate, col cestino di vimini, con le cassette della frutta di plastica blu sul retro. Incatenate alle rastrelliere, legate a un palo, appoggiate a un muro, attaccate (affronto!) al niente, solo lucchetto. Ma la fottessero a te. Grazielline, scatto fisso – questo di sicuro la mette nell’androne per non farsela fregare, sennò non si spiega- senza sellino, telaio accartocciato. Un miticissimo cambio SHIMANO! Un Mivar e te che aspetti Non è la RAI. Ma le televendite, prima di Giorgio Mastrota, chi le conduceva? Fra Topazio e Sentieri chi ce lo metteva il faccione? Nuuu, è morto anche Giuseppe del bottegone della calzatura. Mentre il pensiero corre e tu con lui, panzoni sudati con le ginocchia valghe e cappellini improbabili si trascinano più o meno ordinatamente in fila per visitare il Duomo. Sudamericani e indianini si scatenano con le foto da iPad. Caciottare russe “improvvisano” duckface sullo sfondo di….niente tipo? Solo altra gente. Gente su gente. Le foto di te col monumento dietro precludono 99 volte su 100 che il monumento in questione verrà tagliato. Le foto con te e il monumento dietro precludono che l’importanza la dai a te stessa con la faccia a papero e non al monumento che c’è dietro. Anzi già che ci sei, facciamo un test: entra da Zara (tanto è lì che prima o poi saresti finita) e comprati qualcosa che non sia tamarro. Puoi farcela. Adesso scusa ma devo scansare questi giappini che spuntano da Via delle Oche. Senza impaurirvi su su, arigato. Non si riesce a transitare fluidamente col potente mezzo in centro a Firenze. Ma l’ho voluta la bicicletta e finché ce l’ho, vita agra, pedalo.

(articolo pubblicato su Lungarno Magazine di settembre 2013)

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